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IL COLLOQUIO DI BERGAMO (1218)
NELLA STORIA DEI VALDESI MEDIEVALI

Testo della conferenza tenuta dal professor Carlo Papini nella Biblioteca Civica Angelo Mai sabato, 4 maggio 2002, organizzata dalla Biblioteca Civica in collaborazione con il Centro Culturale Protestante di Bergamo

Parliamo oggi di uno dei due principali movimenti ereticali nati in Europa nel XII secolo: il valdismo (l'altro è il catarismo).
Il valdismo, o movimento dei Poveri nello spirito (come volevano chiamarsi secondo la prima beatitudine di Gesù in Matteo 5,3), è stato iniziato da un laico, un ricco e famoso cittadino di Lione, di nome Valdo (Valdès) forse un mercante di stoffe che, nel 1173 si converte, dà tutti i suoi beni ai poveri, fa tradurre parte della Bibbia in lingua volgare e dà inizio a una predicazione itinerante per ottenere un risveglio religioso del popolo.
Il catarismo è invece un'eresia cristiana d'origine orientale, dualista (c'è un principio del Bene e uno del Male, il mondo è stato creato dal Male), che ha fondato una contro-chiesa con la sua gerarchia, appoggiata da ricchi e potenti signori.
Citando il grande storico del Medioevo Eugenio Dupré Theseider, dirò subito che "adopererò il termine eresia in un senso del tutto tecnico, cioè di scelta [in greco airesis vuol dire appunto scelta], a carattere essenzialmente religioso, di una fede per la quale si è anche pronti a dare la vita. Scelta che, senza dubbio, è frutto di insoddisfazione, di malessere, di malcontento: ma nel campo della religiosità, non in altri. Senza ovviamente escludere che in questa scelta giochino anche motivi sociali ed economici (sarebbe difficile prescinderne del tutto), non attribuisco a questi che un'importanza e una funzione del tutto secondaria".
Il movimento valdese nasce a Lione, inizialmente all'interno della chiesa romana e con l'appoggio di quell'arcivescovo: il monaco cistercense Guichard. Poi Valdo si reca a Roma al III Concilio Lateranense (nel 1179) per fare approvare il suo voto dal papa Alessandro III, che lo accoglie molto favorevolmente e lo affida al cardinale Enrico di Marcy - legato (cioè plenipotenziario) del papa per la Linguadoca (nel sud della Francia). L'anno dopo il cardinale Enrico si reca appositamente a Lione e, davanti a tutto il clero della diocesi, fa giurare a Valdo e i suoi una Professione di fede cattolica contro ogni pericolo di deviazione ereticale (che è stata trovata solo nel 1946 a Madrid!).
Tutto sembra dunque iniziare nel migliore dei modi: i predicatori valdesi si disperdono nelle varie zone ed a essi si aggiungono ben presto anche le donne predicatrici. Ma solo tre anni dopo - morti i loro due protettori: l'arcivescovo Guchard e il papa Alessandro III - avviene la rottura. Di fronte all'imposizione di un preposto, che i valdesi rifiutano, e al successivo divieto di predicare, Valdo risponde con le parole di Pietro di fronte al Sinedrio: "È meglio ubbidire a Dio anziché agli uomini" (Atti 5,29). I valdesi sono scomunicati ed espulsi dalla città di Lione. Saranno considerati scismatici ma ancora per molti decenni distinti dagli eretici che sono i catari.
Si diffondono in tutte le direzioni: verso Nord in Borgogna, in Lorena e nelle città imperiali al confine con la Francia: Metz, Toul, Liegi, Strasburgo ecc. Ma si radicano soprattutto a Sud, in Provenza - Linguadoca, allora ancora politicamente separata dal regno di Francia. Da qui varcano molto presto le Alpi e dilagano in Lombardia, cioè in tutta la pianura padana, la regione più ricca ed economicamente progredita dell'Europa del tempo, anche se fortemente travagliata da lotte intestine (come vedremo).
Entrando in Lombardia i predicatori e le predicatrici valdesi poveri (fratres et sorores) mirano, come altrove, a costituire gruppi di amici o credentes che vivono nel mondo, lavorano e li sostengono con le loro elemosine. Ma vengono a trovarsi in una situazione politica e sociale radicalmente diversa da quella d'oltralpe. Trovano una miriade di piccole città-stato (i Comuni) in lotta perenne per la loro piena indipendenza dall'Impero e dal papato e, all'interno, tra partito guelfo (filo-papale) e partito ghibellino (filo-imperiale). Di solito a fianco del primo è schierato ovviamente il vescovo, l'alto clero e la gran parte del ceto benestante o popolo grasso, mentre con il secondo sono schierati alcuni aristocratici e la classe media formata dagli artigiani e dai piccoli commercianti.
I catari sono di solito molto bene inseriti nelle strutture comunali e riescono a farsi eleggere alle cariche più importanti. I valdesi restano più spesso ai margini della vita politica per il loro più severo divieto del giuramento, per l'insistenza sulla povertà assoluta e per una certa sfiducia verso le autorità umane alle quali contestano il jus gladii, il diritto della spada, cioè di infliggere pene corporali o la morte al reo e di fare le guerre.
Il partito ghibellino sembra spesso appoggiare questi movimenti ereticali, non perché abbia un reale interesse alle questioni religiose, ma li strumentalizza per sfruttare ai suoi fini l'anticlericalismo della loro predicazione. E così ad alcuni podestà che difendono e appoggiano gli eretici seguono spesso altri che li condannano e li bruciano sul rogo.
Ma in Lombardia i valdesi vengono a contatto e sono influenzati da altri movimenti popolari di carattere sociale e religioso, da tempo presenti in loco o di nuova istituzione.
Così i Patarini, che avevano combattuto una dura battaglia per una chiesa spirituale, liberata dai compromessi con il denaro, il potere e l'immoralità, al tempo della riforma gregoriana (di papa Gregorio VII) alla metà del secolo XI.
Così gli Arnaldisti, (discepoli e seguaci di Arnaldo da Brescia) fortemente critici verso una chiesa compromessa con i poteri di questo mondo.
Nuovi sono invece gli Umiliati, monaci laici che vivevano la loro fede religiosa in famiglia e si dedicavano alla tessitura della lana.
I valdesi lombardi ne saranno influenzati al punto da adottare dei provvedimenti che provocheranno la reazione di Valdo fino alla scissione che ebbe luogo nel 1205, scissione dovuta a tre motivi:
  1. Il lavoro. I predicatori in Lombardia entrano a far parte di comunità di lavoratori (congregationes laborantium), inizialmente forse degli Umiliati, per poi crearne delle proprie. Secondo Valdo, i predicatori (fratres et sorores) non devono lavorare ma vivere in povertà delle offerte degli amici per non essere corrotti dall'amore per le ricchezze (come aveva spiegato molto bene il teologo valdese Durando d'Osca nel suo libro contro l'eresia). Era davanti agli occhi di tutti il cattivo esempio dei cistercensi nati per opporsi alla ricchezza dei cluniacensi e poi, dopo la morte di Bernardo di Chiaravalle, diventati anch'essi dei grossi proprietari terrieri.
  2. La nomina di un preposto. I lombardi si scelgono un capo a vita nella persona di Giovanni da Ronco detto il Buono, un piacentino.
    Valdo obietta che l'unico preposto del loro movimento deve rimanere Gesù Cristo.
  3. I lombardi eleggono dei ministri cui affidano compiti sacerdotali come la consacrazione del corpo di Cristo o eucaristia. Valdo teme che questo sia il primo passo per costituirsi come contro-chiesa. Egli aveva voluto creare una fraternità religiosa di predicatori che dovevano supplire alle carenze del clero nella predicazione e nella cura d'anime ma non sostituirsi ad esso. Valdo vuole rimanere nella chiesa romana e lavorarvi, anche se è scomunicato.
Lo scisma diventa perciò inevitabile. Ma la divisione non è geografica. I Poveri di Lione fedeli a Valdo continuano a lavorare in Italia accanto ai Poveri lombardi e forse in numero maggiore. Il loro centro principale sarà Milano, dove apriranno una schola (luogo di riunione e di studio) molto importante che, ancora a metà del Duecento, attirava studenti dal centro della Francia.
Valdo muore intorno al 1207 e poco dopo muore anche Giovanni da Ronco. Dopo la disputa di Pamiers fra valdesi e cattolici (1207), il grande teologo del valdismo, il chierico Durando d'Osca e pochi suoi amici, decidono di riconciliarsi con il papa Innocenzo III e fondano i Poveri cattolici che avranno però vita contrastata e breve.
Nel 1218 la situazione si è fatta difficile per i valdesi e spinge i due rami a un tentativo di riconciliazione.
  1. L'inquisizione vescovile diventa sempre più agguerrita e riesce a chiudere vari spazi in cui i valdesi operavano (erano ancora spesso ben accolti dal basso clero per la loro polemica anticatara: in Linguadoca sono visti cantare e leggere nelle chiese!).
  2. Il IV Concilio Lateranense del 1215 li ha definitivamente condannati come eretici.
  3. Sono insidiati dall'interno da Poveri cattolici e Poveri riconciliati.
Il tentativo ha luogo nel maggio 1218 "nei pressi della città di Bergamo". Perché proprio a Bergamo? Evidentemente i valdesi vi erano numerosi. Ma vi sono anche altri motivi.

La situazione socio - religiosa di Bergamo

Bergamo era una città-stato, un Comune con una lunga tradizione ghibellina di indipendenza dal vescovo e dalla curia papale.
A Bergamo aveva sede una importante chiesa catara. Originario di Bergamo era Giovanni di Lugio, il maggiore teologo cataro italiano, autore del Liber de duobus principiis (di cui è stato scoperto un breve riassunto a Firenze nel 1939).
A Bergamo erano numerosi anche gli Umiliati. Condannati a Verona insieme ai valdesi nel 1184 erano stati poi in gran parte ricuperati all'ubbidienza curiale nel 1201. Con essi i valdesi ebbero sempre rapporti molto stretti.
Nel 1210, per questa sua connivenza con gli eretici, papa Innocenzo III lanciò l'interdetto contro Bergamo (sospensione di tutti i servizi religiosi e delle attività parrocchiali). Ma dovette amaramente constatare che in quel periodo "i seguaci dell'eretica pravità esposero i loro falsi dogmi con ancor maggiore fiducia" (come scrive in una sua lettera).
Nel 1220, approfittando dell'incoronazione di Federico II imperatore a Roma, la curia papale gli impone di emanare una durissima Costituzione contro gli eretici. Nel 1221 il cardinale Ugolino di Ostia (protettore dei francescani e futuro papa Gregorio IX, l'inventore dell'inquisizione papale, delegata agli Ordini mendicanti) con grande abilità e con l'aiuto di Domenico di Caleruega, il futuro S. Domenico, riesce a ottenere l'inserimento del nuovo editto imperiale negli Statuti di Bergamo. La pressione curiale si fa sempre più forte.
Ma la reazione anticuriale non si fa attendere. Nel 1229 il legato pontificio Gregorio impone a Bergamo il podestà Pagano della Torre contro tutte le regole. Ma una congiura nobiliare organizzata dalle famiglie Colleonio, Rivola e Suardi lo scaccia e lo sostituisce con Rubaconte da Mandello - fedele ghibellino - e libera gli eretici dal carcere e li protegge fin che può (ironia della storia: a quest'epoca un Suardi protegge gli eretici, mentre nel 1524 un Battista Suardi commissionerà a Lorenzo Lotto un affresco per la sua cappella di Trescore contro la nuova eresia, cioè la Riforma protestante che dalla Svizzera minacciava di penetrare nelle valli bergamasche!).
Un altro famoso ghibellino originario di Bergamo fu Pace di Pesandola, podestà di Firenze nel 1244-45 che, per difendere due eminenti cittadini catari, non esitò ad armare le milizie comunali mandandole a combattere contro la Compagnia della S. Fede, una lega cattolica armata animata da Pietro da Verona (il futuro S. Pietro Martire). La battaglia in piazza S. Maria Novella nel 1245 lasciò molti morti e feriti ma l'inquisizione domenicana fu cacciata dalla città e gli eretici poterono vivere in pace a lungo.
Torniamo a Bergamo, che fu travagliata ancora per molti anni da lotte intestine tra guelfi e ghibellini. Nel 1232 papa Gregorio IX incitò gli inquisitori a trarre profitto da quelle lotte per escludere i catari dalle cariche pubbliche e inserire negli Statuti le norme antiereticali del diritto canonico.
In questo senso si rivelò decisivo il movimento popolare Alleluia, fondato dal domenicano Giovanni da Vicenza nel 1233, che tentò di farsi affidare il potere temporaneamente allo scopo di riportare la pace fra le fazioni della città.
Grande importanza assunsero poi le Confraternite mariane. Nel 1265 a Bergamo la Confraternita di Santa Maria della Misericordia (cui era affidata l'assistenza ai poveri) aveva tra i suoi scopi principali la repressione dell'eresia.
La lotta anticuriale continuò anche durante il periodo delle Signorie: basti pensare alle Signorie ghibelline di Ezzelino III da Romano a Treviso, Verona e Padova e di Oberto II Pelavicino a Cremona. Ma nella seconda metà del Duecento ben poche città poterono ancora resistere alla fortissima pressione curiale. L'ultima città ad accettare il tribunale inquisitoriale fu Venezia nel 1289. I Poveri nello spirito dovranno abbandonare la Lombardia.

Questo era il contesto storico in cui nel maggio del 1218 avvenne il tentativo di riconciliazione e di unione tra i due rami separati del valdismo a Bergamo.
Ce ne informa dettagliatamente un importante documento, una lettera - resoconto (detta Rescriptum) scritta poco dopo dai Poveri lombardi e inviata con due corrieri ai loro confratelli d'oltralpe, cioè viventi in Austria o in Germania. Non sappiamo esattamente dove, ma sappiamo che il documento cadde in seguito nelle mani della inquisizione di Passau (Passavia) al confine tra la Baviera e l'Austria.
È l'unico documento che proviene dalle autorità del movimento valdese che ci sia pervenuto ed è quindi di grandissimo valore per farci conoscere le istanze e le posizioni dei due rami del valdismo.
Si presenta come una lettera pastorale avente un particolare afflato spirituale (vuole imitare chiaramente le lettere apostoliche del Nuovo Testamento). Comincia con le parole "Ad honorem Patris et Filii et Spiritus Sancti, amen". Segue poi una lunga citazione di Filippesi 1,3-11 e si conclude con il saluto apostolico tratto da II Corinzi 13,13 "La grazia del Signore Gesù Cristo, l'amore di Dio e la comunione dello Spirito santo, siano con tutti voi".
È scritta in perfetto latino ecclesiastico, i fratres citano Cipriano di Cartagine, Girolamo, Gregorio Magno e una lettera di un papa Innocenzo (che non è stata individuata), oltre al Decretum di Graziano. Dimostrano così di non essere affatto illetterati come pretendevano i controversisti cattolici.
La lettera è diretta "ai fratelli e alle sorelle, agli amici e alle amiche diletti in Cristo, che vivono piamente al di là delle Alpi nella verità salutare", da parte del "confrater" dei Poveri nello spirito Ottone di Ramezello e di altri undici capi del movimento.
Notiamo anche i lombardi vogliono essere chiamati Poveri nello spirito; la lettera distingue molto bene tra predicatori itineranti (uomini e donne) e amici o credenti che vivono nel mondo e lavorano. Ottone di Ramezello è evidentemente il successore di Giovanni da Ronco. Il numero di dodici non è certo casuale ma vuole imitare quello degli apostoli. Essi si autodefiniscono fratres ytalici (il nome Poveri lombardi) non è mai usato perché era rifiutato: così si erano chiamati anche gli Araldisti. Pure l'altro ramo dei valdese è sempre chiamato ultramontani, soci di Valdo o valdesiani, ma mai Poveri di Lione, altro nome rifiutato. Nei sette casi in cui è possibile individuare il luogo d'origine dei dodici, cinque di essi provengono da località della Lombardia, uno da Modena e uno (o forse due) dalla Francia.
A quanto possiamo intuire, l'iniziativa parte dagli ytalici che pongono vari quesiti per iscritto agli ultramontani. Questi rispondono a loro volta con un documento scritto che viene trasmesso ad uno che era stato massaro, un funzionario della città di Verona.
Ma questo documento è troppo conciliante, cede su tutti i punti di contrasto e gli ytalici sospettano che non corrisponda al vero pensiero degli ultramontani e che sia stato scritto (forse dai Poveri di Lione presenti in Italia?) per ingannarli e ne diffidano (la chiamano: "mendax, falsidica, fallacis charta"). Alla fine però sembrano tutto sommato prenderla per buona con riserva, nella speranza che gli ultramontani la confermino.
Sui primi sette punti in discussione si raggiunge quindi un consenso provvisorio che sembra però incoraggiante.
  1. Preposto. Dopo la morte di Valdo i suoi seguaci ultramontani si sono resi conto della necessità di una minima forma organizzativa e ogni anno hanno eletto due rectores che poi rendono conto del loro operato al capitolo (o assemblea dei fratres) dell'anno successivo. Essi propongono ora di eleggerli in comune, insieme al preposto degli ytalici, riunendo le due assemblee (commune).
  2. Ordine dei ministri. Qui rimane una certa ambiguità sul termine. Gli ytalici, come abbiamo detto, hanno già provveduto ad eleggere dei propri sacerdoti ("ministri ordinati secondo l'ordine del sacerdozio di Cristo"). Invece gli ultramontani pensano di eleggere dei ministri per soli scopi diaconali (come avevano fatto gli apostoli secondo Atti cap. 6) scegliendoli tra i novizi (da poco tempo conversi, cioè tra i giovani appena entrati nel movimento), o addirittura tra gli amici. Comunque, anche in questo caso, gli ultramontani propongono di eleggerli in comune.
  3. Sulla questione delle comunità di lavoratori il problema sembra ora ridimensionato: di esse ne rimane ormai solo una. Gli ytalici riconoscono che ha dato luogo ad alcuni inconvenienti (vitia) e si impegnano ad eliminarli. Gli ultramontani rispondono che, se qualcuno chiederà il loro consiglio sul lavoro terreno, "gli si dia il consiglio secondo Dio e la sua legge, sia che voglia restare solo, sia che intenda associarsi ad altri". Quindi non hanno più obiezioni.
  4. Sul battesimo: perfetta unanimità nell'accettare la dottrina cattolica: è condizione di salvezza per i bambini. No al ribattessimo degli adulti.
  5. Matrimonio. Se uno dei coniugi vuole entrare nel movimento come frater o soror facendo il voto di celibato, quand'è ammessa la separazione?
    Gli ytalici sono più fermi nel difendere l'indissolubilità del matrimonio che può essere sciolto solo in caso di fornicazione (secondo Matteo 19,9) o per mutuo consenso.
    Per gli ultramontani invece può essere sciolto anche "per una giusta occasione secondo quel che sembrerà opportuno all'assemblea" (cioè al capitolo annuale).
  6. Si affronta poi un caso delicato di disciplina fraterna: due fratres, già appartenenti agli ultramontaniseguaci di Valdo, Tommaso e Giovanni il Francese, erano stati espulsi dai valdesiani per cause particolari (non precisate); accolti dagli ytalici, erano stati eletti a far parte dei loro dodici capi. I due chiedono ora una completa riabilitazione e riconciliazione.
    Grazie all'inquisitore Moneta da Cremona (che scrive la sua Summa contro catari e valdesi intorno al 1240, cioè circa venti anni dopo) veniamo a sapere quale era stata la colpa di Tommaso per cui era stato espulso: aveva sostenuto che il potere di Valdo gli era stato attribuito dai suoi confratelli: aveva quindi un carattere esclusivamente umano, terreno. Valdo non aveva ricevuto da Cristo stesso un ministero apostolico particolare, come aveva sostenuto il teologo valdese Durando d'Osca nel Prologo del suo Libro contro l'eresia (catara). Non era dunque un nuovo apostolo, come sostenevano i suoi fedeli, ma solo un capo umano. Ora la questione sembrerebbe superata - e la pace fatta con i due - ma riemergerà in seguito, come vedremo.
  7. Un problema finale al quale gli ytalici attribuiscono una importanza fondamentale è se gli ultramontani sono disposti ad accettare solo e unicamente la divina Scrittura, cioè la Bibbia, come suprema autorità di fede. I valdesiani dicono di sì senza difficoltà.
A questo punto, dalle due parti, ci si rende conto della necessità di un incontro personale di due delegazioni per superare i dubbi e i sospetti sui documenti scritti. E l'incontro avviene: Pietro di Renana (forse Reillannne nelle Basses Alpes, o Reilhannette, nella Drôme) e Berengario di Acquaviva (Aude), che si uniscono a quattro Poveri di Lione originari della Lombardia e ivi già operanti (è una riprova che la separazione non era geografica: i valdesiani erano ben presenti e rimarranno a lungo in Italia). Uno di questi ha il cognome Durentus o Durantus abbastanza comune nel Bergamasco e un altro proviene da Bonate (Bergamo).
Da parte degli ytalici partecipano cinque dei dodici più un certo Maifredo. Non partecipa il confrater Ottone di Ramezello forse per non suscitare conflitti con la sua presenza.
Ma il clima si guasta subito. L'impressione degli ytalici è che il famoso documento (la carta falsidica) data al massaro di Verona, come avevano sospettato, non rispecchi esattamente il pensiero degli ultramontani.
Costoro pongono subito il problema, che sta loro a cuore, del destino ultraterreno di Valdo e del suo compagno Vivet (o Vinet). Vogliono sapere subito se l'infausta dottrina di Tommaso è stata respinta dagli altri ytalici, cioè se anche costoro riconoscono che Valdo è un nuovo apostolo inviato dal Cristo. Perché - se è così - non vi può essere alcun dubbio: Valdo e Vivet sono ora sicuramente nel paradiso di Dio.
Gli ytalici rispondono freddamente: "possono essersi salvati ma solo se, prima di morire, hanno compiuto le penitenze prescritte", come qualsiasi altro essere umano.
Ma Pietro di Renana rifiuta questa risposta e dice chiaramente che, se le cose stanno così, gli ytalici "non potranno avere pace con noi".
L'altro motivo di conflitto su cui non si poté raggiungere l'accordo fu sul diritto di amministrare l'eucaristia, cioè di consacrare il corpo di Cristo.
Per gli ultramontani soci di Valdo solo un sacerdote regolarmente ordinato nella chiesa romana (purché non sia scomunicato) può farlo, anche se fosse un peccatore occulto.
Invece per gli ytalici solo "un ministro ordinato nell'ordine del sacerdozio di Cristo" (cioè un loro sacerdote moralmente irreprensibile) può consacrare validamente.
Gli ultramontani si spingono fino a sostenere che "anche la preghiera di un adultero o di qualsiasi persona malvagia può essere esaudita e accolta dal Signore in questo sacramento". Gli ytalici gridano allo scandalo e citano pagine e pagine di versetti biblici per contestare questa a affermazione.
Così l'incontro fallisce e la riconciliazione non risulta possibile.
È evidente che alla radice del conflitto vi sono ormai due diverse concezioni della natura del movimento: La separazione tra le due tendenze del valdismo continuerà ancora per gran parte del Duecento, soprattutto in Italia, ma finirà per perdere progressivamente di significato e, alla fine del secolo XIII, si noterà una convergenza delle due posizioni.
Gli ultramontani dovranno rendersi ben presto conto che non è più possibile trovare sacerdoti cattolici disposti ad ammetterli alla celebrazione dei sacramenti e dovranno organizzarsi anch'essi in proprio.
La comunità dei lavoratori non potrà più accogliere predicatori a causa della persecuzione inquisitoriale e questi saranno costretti a fare dei piccoli lavori individuali, a favore degli amici che li ospitano, per mantenersi.
D'altra parte la durezza della persecuzione e la concorrenza degli Ordini mendicanti (francescani e domenicani) spinge i due rami del valdismo a solidarizzare e unire le forze per emigrare cautamente insieme agli amici e per stabilirsi in regioni remote più protette dai signori locali e quindi meno controllabili dalla gerarchia romana (le valli alpine dei due versanti e l'Italia meridionale: Puglia, Abbruzzi, Calabria ecc.).
Dei due rami presenti in Italia nel Duecento, quale risultò più numeroso e quale ebbe importanza per la straordinaria diffusione del valdismo in Svizzera, in Austria, in Germania e nei paesi orientali fino alla Sarmanzia?
È difficile rispondere ma tutto fa pensare che siano sempre stati più numerosi i Poveri di Lione. Intorno al 1260 un certo Lugio, un Povero Lombardo arrestato a Genova, dichiara all'inquisitore Anselmo di Alessandria che i fratres dei Poveri lombardi non superavano il numero di cento. Un ex valdese austriaco, nel 1368-70, dice dei Poveri di Lione: "anche se foste diecimila non potreste dimostrare quel che dite…" ecc.
È pure probabile che la grande espansione del valdismo al di là delle Alpi sia dovuta più alla missione dei Poveri di Lione che a quella dei Poveri lombardi (che daranno luogo ad alcuni gruppi denominati roncarii da Giovanni da Ronco, il loro primo preposto).
Non dimentichiamo che nei dintorni di Milano i Poveri di Lione avevano una importante schola cui affluivano studenti e novizi fin dal Centro della Francia, ancora alla metà del Duecento.
A differenza dei catari - che furono spietatamente sterminati e distrutti - l'inquisizione non riuscirà mai a spegnere il focolaio valdese nonostante la durissima repressione. Vivendo nella clandestinità, e spesso riuscendo a nascondersi in zone eccentriche, il movimento valdese o dei Poveri nello spirito riuscirà ad arrivare al XVI secolo e ad aderire alla Riforma protestante franco-elvetica nel 1532-1560. Un caso unico nella storia.

CARLO PAPINI